Vaso gelato – numero 2

Sto gelando alla fermata del 15, è tardi ma non voglio pagare un taxi. Sento il mio alito caldo e che sa dell’aglio che ho messo ieri nell’hummus. L’ho rimangiato stasera, che cazzata. Sento l’alito caldo sulla sciarpa che ho portato su fino al naso. Sto gelando.
Sento l’alito caldo e la parte superiore degli zigomi è molto fredda, gelata come i miei piedi. Delle volte penso che potrebbero cadermi le dita e non me ne accorgerei. Me le immagino lì, viola, che non riescono a muoversi.

Una coppia di giovanissimi alla fermata prova a scaldarsi, lei si abbassa e gli passa le mani sulle gambe ridendo, sfregando. Poi lui fa lo stesso, ma ridono di più perché le gambe di lei sono coperte solo da calze sottilissime, lui arriva a toccarla quasi sotto la gonna, corta, che indossa. Ridono ancora, si riportano alla stessa altezza e si abbracciano. Io sorrido, lo stesso sorriso di quando guardo una bambina o un cagnolino, lo stesso sorriso di quando osservo (o fisso?) le persone in metropolitana. Come da dietro un vetro.
Chissà com’è stare a gelare alla fermata insieme a qualcuno.

Sono sola. Arrivo nei posti da sola e me ne torno a casa ad sola.
Lo rivendico e me ne rafforzo. Il più delle volte.
Oggi, ne soffro.

Mi sento un vaso gelato che non riesce ad accettare di volersi sbrinare. Non riesce a chiedere di voler essere scaldato, con delle mani che sfregano fino a farlo fiorire.
Mi sento un vaso gelato alla fermata del 15, attorno a me si muovono tuttx, accelerano il passo e si stringono tra le spalle e hanno un posto dove andare insieme a qualcun’altrx.

Ma un vaso gelato non sa cosa vuole, è gelato, il suo presente è cristallizzato e la primavera molto lontana.

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